Marissa Mayer E Il Mito Delle 130 Ore

 

Marissa Mayer

Marissa Mayer: Le Servono 130 Ore Settimanali Di Lavoro

Ha fatto scandalo l’intervista di Marissa Mayer, CEO di Yahoo!, storica società della Prima Era di Internet.
In particolare l’attenzione si è concentrata sulla frase: “E’ possibile lavorare 130 ore in una settimana?”  “La risposta è si, basta pianificare.”

L’intervista originale concessa a Bloomberg è stata riportata da molti altri quotidiani e siti nel mondo.

In Italia, da Repubblica, le 130 ore sono state viste come “Il Segreto Del Suo Successo” (copiando il titolo di un famoso Film degli anni Ottanta con Michael J. Fox, peraltro incentrato su ben altre modalità di carriera).

A dire il vero anche Repubblica si è ispirata ad un articolo di CNET intitolato “Marissa Mayer Dice Che Il Segreto Del Suo Successo E’ Lavorare 130 Ore La Settimana“, ma senza cogliere il senso critico del pezzo.

In genere infatti la stampa USA ha discusso con enorme scetticismo l’affermazione della CEO di Yahoo, su INC, su Gizmodo e su molti altri siti e quotidiani.

E non a caso: infatti la prima affermazione che viene contestata alla Mayer è quella che 130 ore di lavoro settimanali siano tecnicamente possibili.

Facciamo una semplice divisione: 130 ore sono pari a 18.57 ore al giorno. Per sette giorni la settimana. Non lavoravano tanto né gli schiavi in epoca romana (che comunque non lavoravano di notte), né i primi salariati della rivoluzione industriale (che grazie alla luce artificiale lavoravano fino a 16/18 ore al giorno ma quantomeno riposavano la maggior parte della Domenica) (1).

Ma è possibile “lavorare” 18.57 ore al giorno per sette giorni consecutivi?

Beh, dipende da cosa si intende per “lavorare”.

Se per Marissa Mayer “lavorare” è solo “essere presente in ufficio”, non c’è dubbio che possa riuscirci. Basti farsi qualche notte in bianco, o magari dormendo in una delle apposite “nap room” come Marissa faceva in Google, per riuscirci.
E del resto non c’era bisogno di arrivare alla Google Way. Già negli anni Settanta, un giovane Bill Gates si vantava di non essere mai stato lontano dall’ufficio per più di 9 ore consecutive per oltre un anno. (2)

Ma se accettiamo che c’è una certa differenza tra “l’essere presente in ufficio” e “l’essere produttivi”, ecco che la matematica di Marissa comincia a mostrare segni di inconsistenza.

Aumentare l’orario di lavoro porta solo ad una riduzione della produttività delle ore migliori

Innanzitutto, ci sono i momenti di pausa, di sonno e di relax, che per la natura dei cicli ultradiani dell’essere umano, tendono ad aumentare con la durata dell’attività lavorativa.

Inoltre fin dagli studi di Taylor (Organizzazione Scientifica del Lavoro) sappiamo che la produttività dell’essere umano non è costante come per alcune macchine, ma tende ad essere ciclica e dipende da una serie di parametri, il più importante dei quali è proprio la durata dell’orario di lavoro. Anche alcuni studi recenti puntano in questa direzione, mostrando come spesso la produttività massima si ottenga nella tarda mattinata.

A questo punto è evidente che aumentare l’orario di lavoro porta solo ad una riduzione della produttività delle ore migliori. Con una produzione complessiva in termini di idee, pezzi lavorati, progetti svolti, linee di codice prodotte che spesso finisce per essere minore e di peggior qualità. Lo stesso orario di lavoro contrattuale è fissato generalmente a 40 ore per questioni storiche addirittura arcaiche (la famosa riduzione di orario a 8 ore giornaliere di Henry Ford era del 1914, oltre un secolo fa), e regge come un dogma incrollabile del mondo del lavoro probabilmente per una semplice paura di adeguare il rapporto lavorativo ai tempi correnti.

Infatti, in un mondo iperconnesso e ad alta mobilità, dove milioni di lavoratori svolgono il proprio compito ovunque, dal bar alla spiaggia, è lo stesso concetto di “lavoro svolto in ufficio” a perdere di significato. Io stesso ho svolto attività lavorative per molte aziende e startup in modalità remota fin dalla metà degli 1990, e posso testimoniare come in molti ambiti lo stesso concetto di “posto di lavoro in ufficio” sia visto come un sintomo di mancanza di flessibilità.

Ci sono diversi paladini del “lavorare meno, lavorare ovunque, produrre meglio”, tra cui il più noto è Tim Ferris che sostiene sia in qualche modo possibile organizzare, delegare e pianificare – per alcuni lavori – una settimana lavorativa di sole 4 ore.

Naturalmente, senza arrivare a tanto, potremmo domandarci quanto sarebbe davvero necessaria a Marissa Mayer una settimana lavorativa di 130 ore. Fare più acquisizioni? Più prodotti? Più assunzioni? Più controlli di bilancio? Più colloqui con gli azionisti? Più visite ai Clienti?
Nessuno lo spiega.

Sappiamo però come la dirigente USA si sia posizionata in Yahoo! esattamente come in Google. Il suo stile manageriale è quello di un MicroManager che controllava in modo più o meno tutte le scelte dell’azienda, da quelle strategiche fino alla semplice gestione quotidiana. Uno stile che sembra ricalcato sui primi anni del ritorno di Steve Jobs in Apple (1997-1999), di cui possiamo vedere l’organigramma.

Organigramma della Apple di Steve Jobs

Ma le similarità finiscono qui, perché Steve Jobs nel 1997 aveva avuto già commesso un sacco di errori nelle sue precedenti attività (in Apple, Next, Pixar) che gli hanno permesso una profonda maturazione personale. Così aveva definito le priorità in azienda, aveva guidato l’attenzione dei Clienti verso una Linea Prodotti ridotta a solo quattro linee, aveva organizzato la propria attenzione personale sgravandosi da tutte le attività giornaliere con l’assunzione di un COO (Direttore Generale) di eccellenza: Tim Cook.

La dirigente USA ha invece accentrato su di sé tutte le decisioni dell’azienda

Ben diverso quanto effettuato da Marissa Mayer: la dirigente USA ha invece accentrato su di sé tutte le decisioni dell’azienda senza alcuna delega organizzativa. In tal modo lei stessa funge da imbuto, svolgendo una quantità di attività di controllo, di gestione e di innovazione (Micro-Management) tali da fare collassare l’intera azienda sulle sue stesse necessità biologiche. Come disse un ex dirigente di Google, si tratta di una persona “smart” e gran lavoratrice, ma un “incubo di essere umano”, incapace di “scalare” le proprie capacità lavorando con colleghi e subordinati.

E allora non stupisce che acquisizioni importanti come quella di Tumblr (1.1 miliardi di dollari) siano state effettuate senza alcuna visione, e che siano oggi valutate pari a zero. C’è da domandarsi se la decisione sia stata effettuata durante le notti insonni passate in ufficio.

La stessa fonte racconta come lo stesso Executive Coach di Steve Jobs, il recentemente scomparso Bill Campbell, abbia condotto una serie di sessioni di Coaching con Marisa Mayer, ma che poi ha dovuto interrompere a causa dell’incapacità della dirigente di Yahoo! di ascoltare qualsiasi feedback.

Bill Cambell, Executive Coach di Steve Jobs, aveva dovuto interrompere la sua collaborazione con Marissa Mayer

Si narra inoltre come il suo stile lavorativo sia preso ad esempio di come NON gestire un’azienda: un’enormità di Direct Reports (uno Span of Control di 28 persone) di cui gestiva tutte le questioni (aumenti, ferie, conflitti, progetti, promozioni), e a cui chiedeva di partecipare a conference calls settimanali di 3 ore da tutto il mondo (in cui lei era perennemente in ritardo). L’istituzione della infame “Bell Curve” per definire il ranking degli Impiegati. Una gestione dei conflitti improntata all’arroganza.

Il tutto senza aver prodotto risultati di rilievo: la Manager, che probabilmente aveva fin troppo beneficiato l’essere stata l’impiegata numero 20 di Google, era troppo abituata ad ottenere successi facili.

E’ difficile parlare di “Successo” riferito a Marissa Mayer

Invece il suo operato in Yahoo! sarà probabilmente ricordato come quello del suo Liquidatore: dopo anni di insuccessi, le attività Core sono state cedute per un corrispettivo di 4 miliardi di dollari, poco più delle acquisizioni effettuate in questi ultimi 4 anni.

E’ evidente che a guardare i numeri è difficile parlare di “Successo” riferito a Marissa Mayer, ed è anzi possibile che le sue 130 ore lavorative non l’abbiano aiutata, ma semmai defocalizzata dal suo compito che era risollevare Yahoo! sviluppando i prodotti esistenti e creandone altri.

Forse avrebbe dovuto riascoltare più attentamente il pensiero del suo modello Steve Jobs: “Focus non è dire SI a tutte le cose su cui ci dovremmo concentrare. Ma dire NO a tutte quelle cose interessanti idee che ci sono in giro, ma che ci porterebbero a defocalizzarci”.

Infatti, se 130 ore settimanali sono disperse in mille rivoli, è improbabile che possano risollevare un’azienda, anzi la possono affossare anche più velocemente. Ma se sono usate per una visione, uno scopo, un obiettivo, un’idea chiara e convincente, è probabile che non sia necessario lavorare così duro.

Il Focus batte sempre l’Orologio.

 

(1) http://www.richarddonkin.com/Archive/index.htm

(2) https://www.amazon.com/Hard-Drive-Making-Microsoft-Empire/dp/0887306292

 

 

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